
E’ un sabato mattina piovoso, cielo grigio e vento che scuote le fragili foglie. Imbocchiamo l’autostrada, appuntamento all’uscita di Caserta sud, dove i rappresentanti dell’Ais Comuni vesuviani, Pasquale Brillante e Marina Alaimo, ci aspettano per condurre i corsisti alla scoperta di una piccola perla dell’enologia campana. Ci dirigiamo verso Castelvenere, in provincia di Benevento e giunti sul posto sembra di essere tornati indietro nel tempo. Abituati al caos quotidiano della metropoli, sembra vivere un tuffo nel passato, tra filari di viti ed ulivi che si susseguono all’infinito e piccole masserie di campagna che si disperdono nella vallata.
Siamo nel centro della Valle telesina, piccolo borgo di 2.500 abitanti, sito a 250 metri sul livello del mare, esposto a nord verso il monte Matese ed a sud verso l’altopiano del Taburno, ed una piccola insegna ci conduce verso l’Antica Masseria Venditti.
Ci accoglie con gentilezza e grazia il proprietario, l'enologo Nicola Venditti, che ci illustra il programma della visita guidata della giornata. In una piccola ed accogliente sala conferenze, che affaccia sulla moderna cantina, Venditti, insieme con la moglie, Lorenza, ci racconta e ci introduce nel loro mondo viticolo, fatto di antiche tradizioni e di passioni portate avanti da generazioni di viticoltori che si intrecciano nel matrimonio della famiglia Venditti, da cui prende il nome la stessa azienda costruita a piccoli passi nell’antica masseria, storica residenza della famiglia dal 1595. Probabilmente la masseria fu costruita sulle fondamenta di un vecchio convento di monaci benedettini dediti alla produzione di derrate alimentari. “La cultura del vino ed il suo territorio” è la citazione utilizzata da Nicola Venditti nell’esporci la filosofia dell'azienda, basata sul principio di fare i vini come una volta, recuperando le vecchie tradizioni e il legame dell’uva con il territorio. Una storia che inizia intorno agli anni trenta, quando anche su questi terreni giunse il terribile flagello della fillossera, parassita delle piante giunto dall’America che distrusse metà del vigneto europeo. Per rimediare ai danni, a Castelvenere sorse un campo sperimentale, dove con la tecnica dei portinnesti, si cercò di salvare i vitigni autoctoni che allora non erano ancora catalogati e prendevano il nome dei proprietari, tra cui la nota Barbetta, uva a bacca rossa derivata dal soprannome di uno zio. Solo nel 1973 fu sancito il disciplinare della doc Solopaca e molti degli antichi nomi dei vitigni furono “ribattezzati”: Trebbiano toscano (che in realtà corrispondeva al Grieco di Castelvenere), Malvasia di Candia (che altro non era che uva Cerreto) e Sangiovese (in realtà Montepulciano).
Da qui l’idea di recuperare le antiche varietà in un vigneto didattico, che nasce da un idea dello stesso Nicola Venditti nel 2005, definito “l’isola della cultura del vino”. Adiacente alla cantina, il vigneto didattico si estende su un terreno di circa 1600 metri quadrati, composto da dieci filari sistemati a cortina pendente, orientati nord-sud in coltura biologica, dove sulle barbatelle selvatiche con innesto a mano a spacco inglese, si raccolgono 20 varietà di vitigni autoctoni, che tutt’ora sono vinificati dall’azienda, tra i quali, appunto Barbera, Grieco di Castelvenere, Cerreta, Mangia guerra, Pallagrello, Uva lunga, Uva sulmone, oltre che Falanghina, aglianico e Fiano e Greco. I filari monovarietali si alternano a quelli con più uve rispettando le percentuali esatte dei vigneti in produzione. Il giornalista Bruno Gambacorta, su Eat Parade, lo ha definito “un piccolo museo della biodiversità”. Tutti i prodotti dell’azienda sono certificati Icea.
Dal recupero delle vecchie tradizioni si passa alla visita nella moderna tecnologia della cantina, dove si svolgono le fasi di vinificazione, affinamento ed imbottigliamento. Il mosto raccolto dopo la fase della diraspatura, viene canalizzato in grossi serbatoi di acciaio dove avviene l’illimpidimento per circa 24 ore a 5 gradi, temperatura alla quale i lieviti non hanno nessuna attività. La vinificazione dei bianchi avviene a 14 gradi e la stabilizzazione, per far precipitare i sali tartarici, avviene facendo scendere la temperatura a meno 5 gradi, così si depositano sul fondo del serbatoio ed il vino viene poi filtrato. La vinificazione dei rossi, a 24 gradi, avviene invece nei cosiddetti fermentini, dove il vino si rimescola con le bucce per assumere tutti i caratteri di complessità e di colore, per poi procedere allo svinamento ed alla stabilizzazione, fase durante la quale si devono eliminare lieviti, batteri e muffe. Questo avviene con la microfiltrazione, tecnica mutuata dall’industria farmaceutica, che procede i linea con l’imbottigliamento.
La visita guidata si conclude nella bellissima sala di degustazione,con al centro un torchio antico, chiamato torchio del plinio del 1500, alle pareti i bellissimi dipinti di Lorenza, utilizzati anche per la grafica aziendale e per finire una parete tutta adornata di premi, targhe e riconoscimenti, acquisiti con un intenso lavoro che va avanti dal 1988.
Agli ospiti dell’Ais è stato molto gradito l’assaggio della Falanghina Sannio doc Vandari, annata 2008, vincitrice del premio Falanghina Felix del 2009, come migliore falanghina della Campania, premiata tra 41 produttori presenti alla competizione. Di colore giallo paglierino, naturale e tipico della falangina; al naso si presenta intenso, si avvertono le note minerali tipiche di un terreno argilloso, e poi sentori floreali di fiori bianchi e fruttati, come la mela e l’ananas. Un vino perfettamente equilibrato nelle sue componenti di morbidezza e di durezza. La falangina si caratterizza per una sua forte acidità e, pertanto, per abbassarla, si utilizza la fermentazione malolattica.
Insomma un gran finale della visita racchiuso nella storia e nei sapori della bottiglia.
(Anna Longobardi)
nella foto (Ago Press), il torchio dell'Antica Masseria Venditti